Una vita da maestro: la lezione di Manzi.

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Una vita da maestro: la lezione di Manzi.

Dalle aule alla tv: ha insegnato a leggere agli italiani. Come un missionario.

di Andrea Oliva.

 

Era il 1960 quando dal tubo catodico entrò nelle case un signore in bianco e nero, al fianco di una lavagna. Quel maestro si chiamava Alberto Manzi, e il programma della Rai, non ancora mamma, ma appena bambina, “Non è mai troppo tardi”. Era rivolto agli adulti analfabeti. Operai, massaie e contadini si incollavano al video. Una tivù che insegnava senza guardare all’audience. Manzi rimase sempre un maestro e coerentemente a quella che riteneva una vera e propria missione, anche per apparire sullo schermo percepì soltanto il salario da insegnante. Nessun ingaggio da star televisiva.
Negli otto anni nei quali condusse “Non è mai troppo tardi” dalla Rai ottenne soltanto alcuni rimborsi. Pochi spiccioli, giusto il conto della lavanderia, nella quale inviava le camicie imbrattate dal gessetto usato sulla lavagna. E in estate, quando le lezioni nella scuola elementare si concludevano, lui partiva. Niente vacanza, andava in Sud America dove continuava a insegnare. Non sfornava nozioni per chi viveva nelle baracche, Manzi era un maestro di vita, sapeva che mettere lettere in sequenza non era un esercizio di stile, ma un’occasione per emanciparsi. Alfabetizzò anche i campesinos durante i viaggi che proseguirono fino ai primi anni Ottanta. Finì in prigione, in America Latina, e venne torturato. “Nel 1997, poco prima di morire – racconta Alessandra Fantoni, una delle curatrici della mostra che ne ripercorre la vita, che da oggi fa tappa a Riccione – alla moglie che gli tagliava le unghie, disse: “Se sapessi quanto è più doloroso quando te le strappano”. Chissà cosa ne penserebbero gli scrittori d’oggi se sapessero che uno dei libri di letteratura italiana più tradotti all’estero, “Orzowei”, venne scritto sul finale degli anni Cinquanta da Manzi.
Il maestro non poteva contare su computer o tablet, e la carta di pregio costava parecchio. Così usava gli scontrini del pane e vi appuntava i suoi pensieri. Durante tutta la vita continuò a pubblicare romanzi e saggi, curò da autore tante trasmissioni per Radio Rai ed anche per la tivù. Manzi non era un eroe, “perché gli eroi non muoiono”, dicono gli americani. Mentre i personaggi nei romanzi del maestro, morivano. A chi gli chiedeva perché, spiegava che il lettore non deve fermarsi al romanzo, ma deve esserne un erede, colui che una volta scomparso il personaggio ne raccoglie il testimone.
“E’ questa l’attualità – prosegue la Fantoni – del suo insegnamento. Non si è mai limitato a dettare nozioni, Manzi educava a pensare con la propria testa”.
Cosa che gli valse la sospensione dall’insegnamento nel 1981, quando si rifiutò di compilare la scheda di valutazione, riducendo gli alunni a semplici numeri. Passarono dodici anni e venne chiamato a far parte della commissione per la Legge quadro in difesa dei minori.
All’uomo che ha insegnato a leggere e a scrivere a tanti italiani la Rai dedicherà in febbraio una fiction partendo dal giovane maestro che nel dopoguerra venne chiamato al carcere Gabelli di Roma a insegnare ai ragazzini finiti dietro le sbarre. Gessetto, lavagna, miseria e voglia di riscatto: ne seguì 92. Solo due di loro tornarono in cella. Gli altri, una volta fuori e con l’abbecedario in mano, cambiarono vita.
(Da La Nazione, 18/1/2014).

La scuola non basta

Nel 1961 le persone che non sapevano leggere e scrivere in Italia erano l’8,3 per cento della popolazione. Una percentuale che si è ridotta, secondo i dati dell’Istat, all’1,5 per cento nei quaranta anni successivi. Ma resta in agguato, come denuncia spesso Tullio De Mauro, l’analfabetismo di ritorno, che affliggerebbe circa il 5 per cento della popolazione adulta.
(Da La Nazione, 18/1/2014).

 

 




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