L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

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L’UE, le 24 lingue ufficiali e il trilinguismo imposto

di Jacopo Barbati

Eurobull.it 18 settembre 2013, 

Formalmente, le lingue ufficiali dell’Unione europea sono 24 ma molto spesso le comunicazioni ufficiali vengono redatte e tradotte in tre sole lingue: francese, inglese, tedesco.

Regolamenti pilateschi

Il documento che regola la delicatissima questione del multilinguismo all’interno dell’Unione è il “Regolamento n° 1 che stabilisce il regime linguistico della Comunità Economica Europea” del 1958 [1], ovviamente integrato dai cambiamenti istituzionali che si sono susseguiti fino ai giorni nostri. Tale documento contempla la lista delle “lingue ufficiali e di lavoro” (attualmente bulgaro, ceco, croato, danese, estone, finlandese, francese, greco, inglese, irlandese, italiano, lettone, lituano, maltese, olandese, polacco, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno, spagnolo, svedese, tedesco, ungherese) – ossia quelle in cui è possibile scrivere e ottenere risposta dagli organi UE e nelle quali devono essere redatte i regolamenti e gli atti normativi dell’Unione – ma rimanda in maniera pilatesca ai singoli Stati membri e alle singole istituzioni le “modalità di applicazione del presente regime linguistico”. Ciò significa che, per esempio, la Commissione europea ha adottato francese, inglese e tedesco come lingue procedurali; mentre il Parlamento europeo regola il numero di traduzioni in base alle richieste dei parlamentari. Tali scelte sono motivate dalla necessità di risparmiare tempo e denaro.

Iniquità brevettate

Il punto è che tali prassi rischiano di danneggiare i cittadini che non sono in grado di padroneggiare adeguatamente le tre lingue dominanti. Giova ricordare che l’unico tentativo di affrontare il problema del multilinguismo fu quello, fallimentare, della cosiddetta “Strategia di Lisbona”, che prevedeva il raggiungimento, per ogni cittadino europeo, di un buon livello di competenza linguistica in almeno due lingue comunitarie oltre alla propria lingua madre, senza specificare – giustamente – la presenza di lingue più “utili” di altre. In pratica, una persona che sappia parlare perfettamente estone, finlandese e ungherese (un esempio tra tanti) sarebbe un cittadino modello secondo gli obiettivi del 2010, ma non sarebbe in grado di capire molti dei documenti della Commissione. Si capisce bene che c’è qualcosa che non va.

Si è a lungo parlato del brevetto unico europeo, che prevede che i progetti vengano sottoposti esclusivamente in una delle oramai note tre lingue, con costi aggiuntivi di traduzione per chi non può provvedere autonomamente. L’Italia e la Spagna presentarono ricorso ma non ebbero molta fortuna: il brevetto trilingue è divenuto realtà.

Più fortuna ha avuto di recente un altro simile ricorso italiano presso il Tribunale della Corte di giustizia europea, che ha ritenuto che i bandi trilingui per posti di lavoro all’interno delle istituzioni creassero delle iniquità tra i candidati, privilegiando francofoni, anglofoni e germanofoni rispetto agli altri [2]. Cosa inaccettabile, stando alla Carta dei diritti fondamentali; nonché – si potrebbe aggiungere – ai diritti costituzionali di molti Paesi e anche al buon senso.

Una lingua franca per gli Stati Uniti d’Europa

Il problema deve necessariamente toccare anche i fautori della federazione europea. Gli Stati Uniti d’Europa non possono prescindere da un’unica lingua procedurale. Per non cadere nei soliti errori, essa dovrà essere necessariamente una lingua franca che non possa portare vantaggi a nessuno. In pratica, una lingua artificiale, oppure estinta, oppure viva ma non parlata in Europa; per ovvi motivi, la prima opzione appare la più praticabile. Detto questo, l’eventuale introduzione di una lingua franca dovrebbe essere un mero strumento e non può e non deve mortificare la ricchezza culturale europea data dal multilinguismo: le lingue veicolano cultura e la cultura europea è un patrimonio di tutti. Manca una politica in tal senso; basti pensare che anche negli Stati con un numero maggiore di scuole e Università (come l’Italia) non vi è un’offerta didattica tale da coprire l’insegnamento di tutte le lingue dell’UE.

 

 

 




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