Severgnini sul Corriere

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Beppe Severgnini sul Corriere della Sera del 15 gennaio 2003

In quasi tutte le seconde prove scritte la lingua della globalità e di Internet (che l’italiano conosce ancora poco)

La rivoluzione inglese del prossimo esame di Maturità

Il ministero dell’Istruzione ha scelto la lingua straniera come seconda prova di maturità, dovunque il piano di studio lo consente (restano fuori classico e scientifico, dove le prove sono latino e matematica). Ora qualcuno dirà: l’hanno fatto perché Berlusconi voleva le tre “i” nella scuola (inglese, Internet, impresa)! E se anche fosse? Ben venga che i governi mantengono le promesse. Il problema, qual è? Che l’inglese non basta esaminarlo: bisogna saperlo. E, per saperlo, occorre impararlo. E per impararlo è necessario studiarlo. E studiarlo non significa rinunciare all’italiano, essere globalizzati, diventare succubi degli americani o altre amenità del genere.

Vuol dire, invece, appassionarsi alla lingua del mondo. Notate il verbo: appassionarsi. Perché senza passione, nelle lingue, come in molti altri campi, non si va lontano. E ricordate il sostantivo: la lingua del mondo. L’umanità ha sempre sognato una lingua comune. Secondo Umberto Eco, negli ultimi 400 anni i tentativi sono stati almeno 200: andavano dall’assurdo, come il Volapük, al volonteroso, come l’esperanto. Le lingue internazionali, però, sono state imposte da forze e culture dominanti: pensate al greco e al latino, all’arabo e allo spagnolo, al tedesco e al francese, ieri al russo e domani al cinese. Così l’inglese. E’ arrivato a rimorchio di due superpotenze che – caso unico nella storia – parlavano la stessa lingua: la Gran Bretagna nel XIX secolo, gli Usa nel XX (e nel XXI, se il buon giorno si vede dal mattino).

E’ accaduta poi una cosa interessante. L’inglese – grammatica elementare, sintassi facoltativa, pronuncia folle – è diventato la lingua di Hollywood, del rock, della scienza, dei commerci, dei viaggi e di internet. Per questo è piaciuto ai sudditi, ai clienti, agli amici e perfino ai nemici, che l’hanno usata, maltrattata, cambiata e rispedita al mittente. Quando, nella prima guerra del Golfo (1991), gli iracheni conquistarono per un giorno la cittadina saudita di Al-Khafji, un reporter americano provò a telefonare al Khafji Beach Hotel. Gli rispose una voce: «We are Iraqi soldiers. Who are you? Noi siamo soldati iracheni. E tu chi sei?».

Mettiamocelo in testa: l’inglese è di chi se lo prende. Non è proprietà americana (gli inglesi hanno venduto da tempo). E’ la lingua che permette a un uomo d’affari ungherese di comunicare con un cliente a Madrid, e a un cameriere di Roma di capire un turista giapponese (be’, più o meno). La cosa va festeggiata, perché unisce la gente (d’Europa, prima; del mondo poi). Sento già le obiezioni: cosa accadrà alle lingue nazionali e ai dialetti? Proprio niente, se non vogliamo che accada. Il sottoscritto, nato a Crema (Cremona) da genitori cremaschi, parla e scrive in inglese. Ma quando parla e scrive in italiano non dice soft , target e trend (ci sono «soffice», «obiettivo», «tendenza»). E, quando s’arrabbia, usa il cremasco. Credetemi, è efficace.

Chiedo scusa ai lettori se mi sono preso ad esempio. Ma volevo convincervi

– soprattutto i più giovani – che l’inglese s’impara (sui dischi e nei film, in viaggio e in tv, con gli amici e con l’amore). E, una volta imparato, apre molte porte. E’ necessario conoscerlo perfettamente? No: e chi l’ha detto? Non lo conoscono bene in America, dove dipendono ormai dal controllo ortografico del computer (chi ha detto spell check ?!). Lo parlano sempre peggio in Gran Bretagna (l’ha confermato l’ Observer , domenica). A Londra soffrono d’un silenzioso complesso d’inferiorità: i giovani italiani (spagnoli, francesi, tedeschi, polacchi) soffiano infatti il posto ai coetanei britannici. I continentali infatti conoscono due o più lingue; gli inglesi, poveretti, una sola. Impigriti dalla lingua-madre, ogni tanto tentano di biascicare qualcosa in italiano o francese: attorcigliano le labbra, riescono a dire «arrivederci/ au revoir », e poi s’asciugano il sudore. E noi, perfidi: «Ma bravi! Complimenti!».

Pensateci, ragazzi, nei mesi che vi separano dall’esame di maturità. Non sapete tutto. Avete qualcosa da imparare. Che fortuna. [addsig]




2 Comments

Giorgio Pagano
Giorgio Pagano

Beppe Severgnini sul Corriere della Sera del 15 gennaio 2003<br /><br />
In quasi tutte le seconde prove scritte la lingua della globalità e di Internet (che l’italiano conosce ancora poco)<br /><br />
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La rivoluzione inglese del prossimo esame di Maturità<br /><br />
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Il ministero dell’Istruzione ha scelto la lingua straniera come seconda prova di maturità, dovunque il piano di studio lo consente (restano fuori classico e scientifico, dove le prove sono latino e matematica). Ora qualcuno dirà: l’hanno fatto perché Berlusconi voleva le tre "i" nella scuola (inglese, Internet, impresa)! E se anche fosse? Ben venga che i governi mantengono le promesse. Il problema, qual è? Che l’inglese non basta esaminarlo: bisogna saperlo. E, per saperlo, occorre impararlo. E per impararlo è necessario studiarlo. E studiarlo non significa rinunciare all’italiano, essere globalizzati, diventare succubi degli americani o altre amenità del genere. <br /><br />
Vuol dire, invece, appassionarsi alla lingua del mondo. Notate il verbo: appassionarsi. Perché senza passione, nelle lingue, come in molti altri campi, non si va lontano. E ricordate il sostantivo: la lingua del mondo. L'umanità ha sempre sognato una lingua comune. Secondo Umberto Eco, negli ultimi 400 anni i tentativi sono stati almeno 200: andavano dall'assurdo, come il Volapük, al volonteroso, come l'esperanto. Le lingue internazionali, però, sono state imposte da forze e culture dominanti: pensate al greco e al latino, all'arabo e allo spagnolo, al tedesco e al francese, ieri al russo e domani al cinese. Così l'inglese. E' arrivato a rimorchio di due superpotenze che - caso unico nella storia - parlavano la stessa lingua: la Gran Bretagna nel XIX secolo, gli Usa nel XX (e nel XXI, se il buon giorno si vede dal mattino). <br /><br />
E' accaduta poi una cosa interessante. L'inglese - grammatica elementare, sintassi facoltativa, pronuncia folle - è diventato la lingua di Hollywood, del rock, della scienza, dei commerci, dei viaggi e di internet. Per questo è piaciuto ai sudditi, ai clienti, agli amici e perfino ai nemici, che l'hanno usata, maltrattata, cambiata e rispedita al mittente. Quando, nella prima guerra del Golfo (1991), gli iracheni conquistarono per un giorno la cittadina saudita di Al-Khafji, un reporter americano provò a telefonare al Khafji Beach Hotel. Gli rispose una voce: «We are Iraqi soldiers. Who are you? Noi siamo soldati iracheni. E tu chi sei?». <br /><br />
Mettiamocelo in testa: l'inglese è di chi se lo prende. Non è proprietà americana (gli inglesi hanno venduto da tempo). E' la lingua che permette a un uomo d'affari ungherese di comunicare con un cliente a Madrid, e a un cameriere di Roma di capire un turista giapponese (be', più o meno). La cosa va festeggiata, perché unisce la gente (d'Europa, prima; del mondo poi). Sento già le obiezioni: cosa accadrà alle lingue nazionali e ai dialetti? Proprio niente, se non vogliamo che accada. Il sottoscritto, nato a Crema (Cremona) da genitori cremaschi, parla e scrive in inglese. Ma quando parla e scrive in italiano non dice soft , target e trend (ci sono «soffice», «obiettivo», «tendenza»). E, quando s'arrabbia, usa il cremasco. Credetemi, è efficace. <br /><br />
Chiedo scusa ai lettori se mi sono preso ad esempio. Ma volevo convincervi<br /><br />
- soprattutto i più giovani - che l'inglese s'impara (sui dischi e nei film, in viaggio e in tv, con gli amici e con l'amore). E, una volta imparato, apre molte porte. E' necessario conoscerlo perfettamente? No: e chi l'ha detto? Non lo conoscono bene in America, dove dipendono ormai dal controllo ortografico del computer (chi ha detto spell check ?!). Lo parlano sempre peggio in Gran Bretagna (l'ha confermato l' Observer , domenica). A Londra soffrono d'un silenzioso complesso d'inferiorità: i giovani italiani (spagnoli, francesi, tedeschi, polacchi) soffiano infatti il posto ai coetanei britannici. I continentali infatti conoscono due o più lingue; gli inglesi, poveretti, una sola. Impigriti dalla lingua-madre, ogni tanto tentano di biascicare qualcosa in italiano o francese: attorcigliano le labbra, riescono a dire «arrivederci/ au revoir », e poi s'asciugano il sudore. E noi, perfidi: «Ma bravi! Complimenti!». <br /><br />
Pensateci, ragazzi, nei mesi che vi separano dall'esame di maturità. Non sapete tutto. Avete qualcosa da imparare. Che fortuna. [addsig]

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Beppe Severgnini sul Corriere della Sera del 15 gennaio 2003<br /><br />
In quasi tutte le seconde prove scritte la lingua della globalità e di Internet (che l’italiano conosce ancora poco)<br /><br />
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La rivoluzione inglese del prossimo esame di Maturità<br /><br />
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Il ministero dell’Istruzione ha scelto la lingua straniera come seconda prova di maturità, dovunque il piano di studio lo consente (restano fuori classico e scientifico, dove le prove sono latino e matematica). Ora qualcuno dirà: l’hanno fatto perché Berlusconi voleva le tre "i" nella scuola (inglese, Internet, impresa)! E se anche fosse? Ben venga che i governi mantengono le promesse. Il problema, qual è? Che l’inglese non basta esaminarlo: bisogna saperlo. E, per saperlo, occorre impararlo. E per impararlo è necessario studiarlo. E studiarlo non significa rinunciare all’italiano, essere globalizzati, diventare succubi degli americani o altre amenità del genere. <br /><br />
Vuol dire, invece, appassionarsi alla lingua del mondo. Notate il verbo: appassionarsi. Perché senza passione, nelle lingue, come in molti altri campi, non si va lontano. E ricordate il sostantivo: la lingua del mondo. L'umanità ha sempre sognato una lingua comune. Secondo Umberto Eco, negli ultimi 400 anni i tentativi sono stati almeno 200: andavano dall'assurdo, come il Volapük, al volonteroso, come l'esperanto. Le lingue internazionali, però, sono state imposte da forze e culture dominanti: pensate al greco e al latino, all'arabo e allo spagnolo, al tedesco e al francese, ieri al russo e domani al cinese. Così l'inglese. E' arrivato a rimorchio di due superpotenze che - caso unico nella storia - parlavano la stessa lingua: la Gran Bretagna nel XIX secolo, gli Usa nel XX (e nel XXI, se il buon giorno si vede dal mattino). <br /><br />
E' accaduta poi una cosa interessante. L'inglese - grammatica elementare, sintassi facoltativa, pronuncia folle - è diventato la lingua di Hollywood, del rock, della scienza, dei commerci, dei viaggi e di internet. Per questo è piaciuto ai sudditi, ai clienti, agli amici e perfino ai nemici, che l'hanno usata, maltrattata, cambiata e rispedita al mittente. Quando, nella prima guerra del Golfo (1991), gli iracheni conquistarono per un giorno la cittadina saudita di Al-Khafji, un reporter americano provò a telefonare al Khafji Beach Hotel. Gli rispose una voce: «We are Iraqi soldiers. Who are you? Noi siamo soldati iracheni. E tu chi sei?». <br /><br />
Mettiamocelo in testa: l'inglese è di chi se lo prende. Non è proprietà americana (gli inglesi hanno venduto da tempo). E' la lingua che permette a un uomo d'affari ungherese di comunicare con un cliente a Madrid, e a un cameriere di Roma di capire un turista giapponese (be', più o meno). La cosa va festeggiata, perché unisce la gente (d'Europa, prima; del mondo poi). Sento già le obiezioni: cosa accadrà alle lingue nazionali e ai dialetti? Proprio niente, se non vogliamo che accada. Il sottoscritto, nato a Crema (Cremona) da genitori cremaschi, parla e scrive in inglese. Ma quando parla e scrive in italiano non dice soft , target e trend (ci sono «soffice», «obiettivo», «tendenza»). E, quando s'arrabbia, usa il cremasco. Credetemi, è efficace. <br /><br />
Chiedo scusa ai lettori se mi sono preso ad esempio. Ma volevo convincervi<br /><br />
- soprattutto i più giovani - che l'inglese s'impara (sui dischi e nei film, in viaggio e in tv, con gli amici e con l'amore). E, una volta imparato, apre molte porte. E' necessario conoscerlo perfettamente? No: e chi l'ha detto? Non lo conoscono bene in America, dove dipendono ormai dal controllo ortografico del computer (chi ha detto spell check ?!). Lo parlano sempre peggio in Gran Bretagna (l'ha confermato l' Observer , domenica). A Londra soffrono d'un silenzioso complesso d'inferiorità: i giovani italiani (spagnoli, francesi, tedeschi, polacchi) soffiano infatti il posto ai coetanei britannici. I continentali infatti conoscono due o più lingue; gli inglesi, poveretti, una sola. Impigriti dalla lingua-madre, ogni tanto tentano di biascicare qualcosa in italiano o francese: attorcigliano le labbra, riescono a dire «arrivederci/ au revoir », e poi s'asciugano il sudore. E noi, perfidi: «Ma bravi! Complimenti!». <br /><br />
Pensateci, ragazzi, nei mesi che vi separano dall'esame di maturità. Non sapete tutto. Avete qualcosa da imparare. Che fortuna. [addsig]

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