Renzi, ma come parla?!

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Il partito cool? Non conosco le lingue.

Corriere Tv

Dalla rottamazione al partito “cool” Matteo tra il parlar franco e il trash 

di FILIPPO CECCARELLI 

OH, ma fanno tutti polemica sulle parole! – si è sorpreso ieri Matteo Renzi – Rottamare non va bene, asfaltare è violento, “cool” è troppo inglese, e le ironie che facilmente immaginate…». 
Queste ultime, in effetti, di scontatissima assonanza anatomica, si sono levate quasi subito sulla rete, fermo restando che il «fattore C», la fortuna secondo Machiavelli, ha sempre avuto il suo peso nel destino dei leader. 
Ma “cool”, attribuito al Pd, non è solo un aggettivo troppo inglese. In quella lingua ha diversi usi, ma quello scelto da Renzi non è immediatamente traducibile in italiano. 
Grosso modo, sta a indicare qualcosa di «ganzo», come direbbe lui, o di «fico»; qualcosa che fa moda o tendenza; più in generale uno stile di vita conformatosi con un certo successo su un’ autosufficienza creativa e vagamente individualista, per non dire spavaldamente egocentrica, decisa a rompere con il passato e comunque piena di nuova energia e inedita capacità empatica e quindi comunicativa. 
Detta altrimenti, non è che Renzi voglia tanto un Pd “cool”, è lui stesso che si sente e forse è già abbastanza “cool”. Nel dibattito politico nostrano la parola entra con qualche ritardo, essendosi affermata in Inghilterra ai tempi nuovi del New Labour e del blairismo (cfr “Cool Britannia” di Antonio Polito, Donzelli, 1998). Grazie alla benemerita banca dati dell’Ansa si apprende che la parola è stata usata da D’Alema, Buttiglione, Capezzone, Lorenzin e a giugno anche dal premier Letta, cui pure non difetta un repertorio esterofilo-giovanilista, che confessò di invidiare Obama in quanto «molto “cool”». 
Ieri Civati e Cuperlo hanno liquidato l’attributo con sbrigativa degnazione. «Ho smesso di commentare gli slogan di Renzi» ha detto il primo; e l’altro: «Divertente, ma io non voglio un segretario divertente; voglio un segretario che» eccetera. Ma in entrambi, più che lo scandalo per la pretesa dissacrazione dell’entità-partito, che francamente suonerebbe lunare, era esplicita l’idea che il sindaco di Firenze non faccia realmente politica, o meglio «fa solo battute», non offre soluzioni, è indeterminato, superficiale, vuoto. E non devono essere solo loro a pensarla così, e comunque l’altro giorno amichevolmente gliel’ha detto anche Veltroni, che Renzi deve resistere a chi l’incoraggia, come il Sordi dell’ Americano a Roma: «A’ americà, facce Tarzan!». 
Dal “cool” al “trash”, pare di interpretare il messaggio, il passo è breve. Ma tanti altri suoi interlocutori – e potenziali elettori – non si pongono questi problemi. Ieri Renzi ha incontrato Alfonso Signorini, che in giornata gli ha riconosciuto 
di «arrivare alla pancia delle persone». Il direttore di Chi aveva da tempo illustrato le varie tappe di avvicinamento del sindaco a Maria De Filippi, un percorso culminato nel servizio con giubbotto di cuoio e posa sfacciatella alla Fonzie. 
A chi non è di sinistra l’evanescenza di soluzioni concrete e di programmi finisce per configurarsi come una specie di garanzia, e il fatto che il personaggio usi un linguaggio così diretto – Firenze «città”smart”», Bersani«spompo», il 
Pd «lo rivolto come un calzino», «io cattivo? Ma de che?» – è la prova regina che egli non ha, come del resto non perde occasione di assicurare, «la puzza sotto al naso». E perciò appare predestinato a vincere, tanto che alla festa di Genova, 
quando è salito sul palco, hanno messo come canzone “We are the champions”; e a Milano Fassino e Profumo, per sentirlo, si sono seduti per terra, in platea, che in foto sembrava un po’ penitenziale, mentre ai piedi dell’imminente leader e campione vittorioso sono stati fatti accomodare tanti giovani e – attenzione! – anche una suora, con tanto di velo. 
Secondo Grillo Renzi è «un venditore a tempo pieno di se stesso». Secondo Marco Revelli: «Quasi certamente vincerà non perché abbia una risposta ai problemi, ma perché ha una diversa retorica; ed è un outsider rispetto a un apparato odioso. Non porterà nessuna soluzione, ma servirà a rinviare la dissoluzione di quel non partito». 
Il mese scorso Renzi è andato a pranzo con Briatore, ma pochi giorni dopo – sempre per restare in ambito lessicale – durante una cerimonia ha fatto un certo scalpore che si sia rivolto ai vecchi partigiani chiamandoli: «Compagni!». Vero è che poi, a parziale riequilibrio, in quella stessa sede ha richiamato l’esempio di Gino Bartali, terziario francescano. La politica insomma è molto cambiata – se in senso “cool” o non “cool” lo decideranno i vincitori, con buona pace degli osservatori.

(Da La Repubblica, 19/9/2013).

Prigioniero di Repubblica 
Da we care a cool: Renzi fa il Veltroni e perde se stesso

Il sindaco di Firenze etichetta il Pd con una parola inglese che vuol dire (fico». Ma non basta la lingua per somigliare a Blair 

di MARIA G. MAGLIE 

«Cool», che in italiano sarebbe «fico», proprio no, mi creda. Il Pd non può tornare fico, non lo è mai stato, comunque si sia chiamato; è stato potente, abile, strutturato, radicato nella società, popolare, egemone nella produzione culturale, (…) 
(…) abile doppiopesista, un occhio a Lenin uno alla Nato, moralista e affarista, tutto è stato, ma cool mai, caro Renzi. Perché cool è una parolina eclettica, vuol dire fresco, fantastico, bello, forte, lieve, tranquillo, calmo, disinvolto, rilassato. 
Perciò, se fa benissimo a farsi vedere con gli stilisti che sono orgoglio del made in Italy che fu, fa di molto male, come si dice dalle sue parti, ad alzare il tiro delle boutades, roba da party post sfilata, non da candidato a quasi tutto il prendibile dei prossimi mesi, compreso il partito che cool non è né mai lo fu. Attento con l’inglese, si fa la fine del «we care» di Veltroni: l’abbraccio è mortale. 
Matteo Renzi è un comunicatore mediocre nel linguaggio e nell’ispirazione, ma efficace nella missione e nel risultato; le 
spara grosse con l’aria del concorrente secchione del quiz tv, del boy scout che rianima la vecchietta, e il bello è che convince, non tutti ma parecchi, un vincente almeno fino alla prima prova vera ancora di là da venire. Doveva rottamare 
tutto il vecchio che c’è, ora si attacca a Enzo Bianco, Leoluca Orlando, non disdegna Nichi Vendola. Doveva essere laburista e blairiano, il suo consigliere economico ci propina la storia delle pensioni da 3mila euro da tagliare per sistemare l’economia. Negli ultimi giorni le ha sparate un po’ più grosse, come quel «li asfaltiamo» che è una frasetta fessa e non realistica, per niente cool, spiace dirlo, vista la natura dell’elettorato italiano, storicamente spaccato a metà come una mela, incapace di consegnare per natura e per sistema la vittoria vera a un partito, quale che sia il porcellum 
del momento. Chieda al Cav, ma chieda anche dalle sue parti, non solo a Bersani che vivrà perseguitato dai giaguari, o a Prodi della vittoria farlocca del 2006, giù giù fino alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto, ancora prima con le masse operaie e i compromessi storici. Qui, ahinoi, non si asfalta nessuno, si fa fatica, ci si inerpica su piccole percentuali di margine e vantaggio, si finisce col non fare niente. 
Anche affidarsi a Repubblica non è per niente cool, visto che quel giornale, meglio il partito di due compari perfetti nel dividersi i ruoli di finanziere senza regole e di narciso predicatore, ha dalla fondazione accompagnato col suo birignao tutte le sconfitte dal Pci al Pd, ne ha incoraggiato il forcaiolismo, svuotato qualunque desiderio di vincere pulitamente, di rinnovarsi sfidando il proprio elettorato a seguirlo e crescere. Renzi ha seguito la regola del bacio della pantofola e per farsi il bagno di legittimazione è corso a farsi intervistare, snocciolando antiberlusconismo di approdo, orrore per l’articolo 18, chiacchiere vuote sul presidenzialismo, dichiarazione d’amore al Pd. Non ha ritenuto di dire una sola parola di verità al circoletto dei militanti che si abbeverano al messaggio rancoroso di Repubblica; non che vivono fuori dalla storia, non che sono prigionieri di miti del passato, non che la loro idea di società è stata sconfitta e sepolta. Questo sarebbe cool. 
Dove sta a questo punto la novità di cui Matteo Renzi sarebbe portatore? L’età, la sindacatura di una città di dimensioni appena medie? A quali condizioni va cercando, e trovando, nuovi e più ampi appoggi in quel partito che non lo voleva? Ancora una volta, hai voglia a citare Blair e perfino il fallito Obama, se non dici che in quei Paesi la spesa pubblica e la Pubblica amministrazione sono per principio ridimensionati, non ci sono vincoli corporativi talmente forti e una base sociale talmente conservatrice da impedire qualunque rinnovamento, come in Italia. Il Renzi che ha perso le primarie di partito un anno fa aveva fatto un tentativo liberal, un abbozzo di aggregazione di forze su un programma diverso. Tempi 
passati, ora che vuole tutto il Pd o una gran parte del Pd, ora che si è inglobato anche la corrente di Franceschini e sul lavoro si farà ispirare da uno come Cesare Damiano, ora che scambia messaggini amorosi con Vendola e liquida sprezzantemente un Berlusconi dal quale andò emozionato a colazione ad Arcore, ora Renzi ha perso un pezzo e gli è rimasta la comunicazione, quella vecchia e trita anche se esce dalla bocca di uno vestito come Fonzie. Non è cool, neanche un po’. 
In altre parole, per avere con sé il Pd, Renzi rischia di perdere Renzi. 
(Da Libero Quotidiano, 18/9/2013).

LAPSUS 

ASFALTARE 

STEFANO BARTE77AGHI 

Oltre la rottamazione, l’asfaltatura. Da bambino Renzi deve aver giocato parecchio con le macchinine, magari sedotto dalla somiglianza fra il suo nome Matteo e quello dell’azienda specializzata Mattel. È vero che il cambio di marcia, la corsia preferenziale, il sorpasso, la frenata, la svolta, la guida, la ruota di scorta, i fari spenti sono tipiche metafore di una politica che oggi paga il contrappasso conio scandalismo per le auto blu. Ma Renzi innova, gli viene spontaneo. Coniò la rottamazione, che evocava sgradevoli ammassi di ferraglia rugginosa e inservibile; il suo nuovo «li asfaltiamo» ha invece qualcosa di quasi allegro, da cartoon. 
In metafora l’asfaltatura configura lo spianamento dell’avversario, con il precedente del giovane Umberto Bossi, che promise di passare più volte sopra Occhetto con un caterpillar «finché ne rimarrà solo una nuvola di baffi». Ma in senso proprio asfaltare è il tocco finale di una Grande Opera e allora se non può essere sana, la politica sia almeno Anas. 
Quando avrà fatto, ci avvisi, il sindaco. Magari con uno di quei cari cartelli autostradali che informano, preziosamente: «Abbiamo terminato la stesa di asfalto drenante». Procederemo più tranquilli. 

(Da La Repubblica, 17/9/2013).

 




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