Milano: la Statale e le lauree umanistiche a numero chiuso.

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ITALIANS.

Milano: la Statale e le lauree umanistiche a numero chiuso.

Caro Beppe e cari Italians, il 23 maggio il Senato Accademico dell’Università Statale di Milano ha deliberato che cinque corsi di laurea di area umanistica – quelli di Lettere, Filosofia, Storia, Geografia e Beni culturali – d’ora in avanti avranno un accesso a numero chiuso, anche senza un parere da parte dei rispettivi collegi didattici. Tale decisione è stata presa a maggioranza con lo scarto di un solo voto, a seguito di una votazione in cui un tale esito è stato fortemente voluto dal rettore. Si tratta di un contenzioso meramente accademico tra dirigenza da una parte e corsi di laurea dall’altra, di scarsa importanza per chi sta fuori dal microcosmo dell’Università? No, purtroppo. Questo significa, infatti, che potenziali studenti con diploma di maturità in tasca, se in seguito a test di accesso non rientreranno nelle quote stabilite dall’alto – e non dai collegi didattici dei corsi – non potranno iscriversi più a nessuno dei corsi di laurea offerti dal più grande ateneo dell’Italia settentrionale. Vero è che il numero chiuso è stato adottato già in tutte le altre facoltà della Statale … ma ora non si tratta più delle aree scientifica e tecnica, dove per fare della buona didattica occorre garantire pieno accesso ad apparecchiature costose, ai reparti in ospedale, eccetera, che probabilmente sarebbe demagogico pretendere di garantire a tutti. Con gli studi umanistici, invece, si ha a che fare con il sapere puro per la cui trasmissione, insieme a una buona dose di senso critico, occorrono più che altro aule, biblioteche sempre agibili e soprattutto più docenti ricchi della loro cultura, se il numero degli iscritti lo richiede. Già, i docenti. Dal 2008 a oggi la loro quantità su base nazionale è calata all’incirca del 20%, scendendo sotto le 50.000 unità. Ma non solo: la fascia più bassa, quella dei ricercatori, è diventata precaria, e dunque costretta a sottostare ai ricatti e agli abusi di potere dei baroni, che con buona pace delle promesse della ministra Gelmini ai tempi della sua riforma, non hanno mai goduto di salute migliore. Il calo dei docenti – ma che strano! – ha colpito soprattutto l’area umanistica: a titolo di esempio nel mio settore scientifico disciplinare, la geografia umana, una decina di anni fa nell’Università di Milano vi erano 16 docenti di ruolo, mentre oggi siamo ridotti a 8 (più uno precario). A questo punto qualche domanda, ebbene sì, retorica. La Costituzione italiana non prevede il diritto allo studio? Questa norma si applica meglio incrementando docenti e strutture o limitando gli accessi all’università? L’Italia si trova in coda ai paesi OCSE per percentuale di laureati in rapporto alla popolazione. Si crede davvero che essi aumenteranno imponendo un numero chiuso a tutti i corsi? Le spese per l’università e la ricerca sono un onere a fondo perduto o un investimento fruttifero a medio e lungo termine? Più confacente agli interessi del Paese assicurare un futuro stabile a un piccolo esercito di ricercatori precari o comprare un aereo da combattimento? Ma per l’Università di Milano, meglio limitare i numeri sia degli studenti sia dei docenti.
Antonio Violante, antonio.violante1@unimi.it
(Da Italians.corriere.it, 26/5/2017).

ITALIANS.

Università: numero chiuso e differenze tra facoltà.

Sul numero chiuso nelle facoltà umanistiche si è riaperto lo stanco dibattito sul destino della università italiana. Siamo indubbiamente in una fase di ‘rivoluzione passiva’, in cui i tagli di bilancio ed organico stanno trasformando radicalmente l’università italiana – con poche luci e molte ombre – senza che nessuno osi metterci la faccia. Come se questo “malthusianesimo” ( https://it.wikipedia.org/wiki/Malthusianesimo ) fosse figlio di nessuno, della crisi o di un destino cinico e baro. Quanto questa ignavia porti a sconsolanti interrogativi sulla nostra classe dirigente (tanto politica quanto economica e culturale) non merita complicate riflessioni. Ma c’è un aspetto – apparentemente minore – che forse varrebbe la pena di sollevare: il fatto che le facoltà umanistiche si ribellino al numero chiuso, qualcosa che nelle facoltà tecnico-scientifiche è accettato o addirittura auspicato. Sembra dalle dichiarazioni pubbliche che si voglia contrapporre un sapere tecnico e produttivistico asservito al mercato del lavoro ad una cultura ‘libera’, formativa del cittadino invece che del lavoratore. A questo proposito mi ha sempre colpito una certa diffusa indifferenza tra i colleghi delle facoltà umanistiche per i problemi del mercato del lavoro, quasi che preoccuparsi degli sbocchi lavorativi dei propri laureati fosse un po’ uno ‘sporcarsi le mani’. Non è che nelle facoltà tecnico-scientifiche la questione togliesse il sonno ai docenti, ma qualche interrogativo in più ce lo ponevamo. Questa contrapposizione tra tecnica/lavoro e umanesimo/libertà mi sembra forse ancora più deprimente del su citato “malthusianesimo” universitario, e forse finisce anche per giustificarlo: se questa è l’idea di università dominante tra i docenti c’è poco da indignarsi della scarsa attenzione dei governi! Ci sono poche speranze per l’università in un paese in cui la libertà e la formazione del cittadino debbano essere visti in opposizione al lavoro e alla innovazione tecnica. O liberi pensatori o servi del padrone.
Luigi Borzacchini, luigiborzacchini47@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 30/5/2017).

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