Linguaggi: il linguaggio del nuovo leader.

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Palude, adesso e stai sereno
Parole come boomerang.

di GIANLUIGI PARAGONE.

Il linguaggio del nuovo leader.

Se Matteo continuerà a fare l’opposto di quel che ha detto, per gli italiani diventerà come Letta e Monti

Quanto contano le parole in politica?
È il dibattito nascosto negli sfottò che riguardano Renzi e il famoso hashtag twitter #enricostaisereno. O nell’impegno del sindaco di Firenze ad andare a Palazzo Chigi solo previa consultazione elettorale. Ci torneremo. Ripartiamo allora dalla domanda: quanto contano le
parole in politica? Dentro le parole ci sono impegni, promesse, progetti, programmi.
C`è il peso specifico della politica.
Ne sono l’impalcatura. La fiducia che la politica merita o meno si basa proprio sull’equilibrio tra parola e fatti.
La classe politica e i dirigenti sono eletti dai cittadini sulla qualità delle loro parole, dove per qualità non si intende il politicamente corretto ma la densità delle parole, dalla loro portata. Per questo
molti commentatori di sinistra non capiranno mai il lungo feeling tra Berlusconi o Bossi con il rispettivo elettorato.
Entrambi hanno usato la parola per trasmettere non tanto un senso di identità (su questo campo la sinistra è maestra imbattibile) quanto un senso di progettualità: fisco, lavoro, esaltazione del territorio.
La parola diventa sigillo di garanzia rispetto a un progetto futuro.
La parola può essere vuota o piena, solida o gassosa, se la credibilità dell’oratore
è alta presso il suo target. In politica soprattutto, dove ormai il leader è il partito
nel senso che sintetizza un intero movimento, lo rappresenta in un dato momento storico. Lo svuota e lo riempie con il proprio carisma, con la propria leadership. Se sia giusto o sbagliato è un
dibattito inutile perché tant`è. Matteo Renzi, con la propria ambizione, il proprio linguaggio, la propria velocità, ha obbligato il Pd ad andargli dietro a costo di far fuori il suo premier. Non a caso,
una delle parole chiave di Matteo è «adesso», scritta a caratteri cubitali sul camper che utilizzava per la campagna delle primarie.
Attenzione, non stiamo parlando di retori ma di leader: i primi sono illuminati dalle parole, i secondi «illuminano» le parole. Questa stagione fu inaugurata da Berlusconi e da Bossi (anche un po’ Segni, ma un conto è la popolarità in un dato tempo, un altro è il carisma), poi a ruota vennero tutti gli altri, sebbene in chiave assolutamente minore.
Non c’è dubbio che Beppe Grillo sia un leader e non un semplice oratore. Gli ultimi refrattari a questa tendenza sono stati, per formazione culturale i leader del centrosinistra. Nelle varie formazioni succedanee al Pci il partito è stato più forte dei leader. Infatti ne hanno bruciati
a bizzeffe.
Tenteranno di far fuori anche Renzi: vedremo quale «cultura» politica (moderna o tradizionale) vincerà. La salita sul carro del vincitore è la naturale conseguenza delle leadership moderne, avviene cum grano salis. Non c’è opportunismo, c`è semplicemente pressa d’atto.
Le opposizioni interne non contano nulla; del resto non ha peso in parlamento figuriamoci all’interno di un partito. La portata delle leadership ha tale risvolto.
Ripeto, non sto affermando che sia giusto, sto fotografando una situazione, il cui lato negativo è l’inaridimento del senso politico a vantaggio del «un solo uomo al comando». Le parole del capo
diventano struttura, categoria. Diventano politica. E torniamo alla domanda: quanto contano le parole? Tantissimo.
Contano più dei fatti, nel senso che in assenza dei fatti, la parola diventa la caparra.
Più un leader è forte e più la sua parola acquisisce densità. Così come a Berlusconi
bastò l’espressione «Nuovo miracolo italiano» e a Bossi «Roma Ladrona», a Renzi è bastata la parola «rottamazione» per fare un programma. Per apparire come novità. Anzi, per essere la novità.
Il problema è che la parola perde peso quando nel giro di poco tempo viene scalfita dal suo opposto. È l’errore che sta commettendo Renzi. Se è vero o condivisibile quello che abbiamo detto finora,
la smentita di #enricostaisereno o l’arrivo a Palazzo Chigi senza la legittimazione popolare (come invece aveva promesso) rappresentano due errori di sostanza perché smentiscono la parola data.
La annullano. Infatti, sulla rete e nelle dichiarazioni di Pippo Civati, l’hashtag è stato subito ritorto contro il suo inventore ed è nato #matteostaisereno. Ed è bastato che Matteo nominasse la «palude»
perché subito lo immaginassimo con i piedi nel pantano. La telefonata fra l’ex ministro Barca e il finto Vendola della Zanzara ha definitivamente confermato la verità sull’operazione Renzi.
Torniamo così al principio. La parola di un leader è struttura politica ed è il link con l’elettorato. Se comincia a dire una cosa e concretizzare l’opposto, come potrà essere preso sul serio quando parlerà
di tasse, lavoro e ripresa? Si ricordi le esperienze recenti di Monti e di Letta, che parlarono di fine della crisi o di riduzione delle tasse senza che nessuno prendesse loro sul serio.
(Da Libero Quotidiano, 18/2/2014).

 




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