Linguaggi: i Non-Umani sono tra noi.

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CONTROCOPERTINA – FAMIGLIE LA NUOVA FRONTIERA SI ACCORCIANO LE DISTANZE CON IL MONDO ANIMALE. E CAMBIA IL MODO DI STARE INSIEME.

Il cardellino sa parlare I Non-Umani sono tra noi.

di Matteo Persivale

 

«Non è così ben definita la linea che ci separa dal regno animale», spiegava l’altro giorno l’etologa Jane Goodall, 80 anni ad aprile, in un auditorium di Johannesburg gremito all’inverosimile per ascoltare la scienziata-rockstar. Certo, ammetteva sorridendo la professoressa inglese – che oltre a un centinaio di lauree honoris causa ha collezionato il titolo di Dama dell’Impero britannico, il premio Kyoto, la Legion d’Onore -, gli scimpanzé che lei studia dall’inizio della sua carriera non vanno alle conferenze degli scienziati, non mandano robot a esplorare Marte, non comunicano con la parola. Ma la linea tra i non umani e noi diventa sempre più sbiadita. Basta vedere la copertina dell’ultimo numero di New Scientist dove c’è il disegno di un simpatico uccellino dalle piumette fulve appostato su un titolone impegnativo: «Questo uccellino ha la soluzione del problema del linguaggio umano». O leggere l’articolo di The Guardian che racconta il caso, stupefacente, della tribù di scimpanzé della Repubblica Democratica del Congo che usano strumenti per cacciare, mangiare lumache giganti e costruire le loro tane, e di questi strumenti insegnano regolarmente l’utilizzo ai loro piccoli. Una «mega-cultura» di scimpanzé organizzatissimi sopravvissuta miracolosamente al tempo e ai bracconieri, la scoperta della quale ha reso il dottor Cleve Hicks dell’Istituto Max Planck di Lipsia una star scientifica mondiale, grazie alla pubblicazione della sua scoperta su Biological Conservation . Questa settimana New Scientist racconta del passero giapponese il cui canto, ordinato da una precisa sintassi, ha suggerito a Kazuo Okanoya una chiave per cercare di capire come il linguaggio sia stato adottato da noi umani. Si sapeva già che le coppie di cardellini americani -, coincidenza vuole che al primo posto dei best-seller americani ci sia da mesi il romanzo The Goldfinch , «Il cardellino», di Donna Tartt – siano capaci di variare il loro canto da quello degli altri esemplari per distinguere meglio il loro compagno (Animal Learning and Cognition: An Introduction , di John M. Pearce). Capire come il canto del passero striato è diventato più organizzato e flessibile in quello giapponese è insomma la chiave per capire come il linguaggio si è evoluto in noi umani. Okanoya, studiando il passero giapponese, ha dimostrato che una specie creata dagli allevatori selezionando soltanto il colore delle piume dei passeri striati ha spontaneamente sviluppato una sintassi che nel mondo animale non ha paragoni a parte, ovviamente, quella umana.E se la linea di demarcazione tra umani e non-umani diventa sempre più sottile, come dice la professoressa Goodall, le università ne prendono atto. Dieci anni fa, chi avesse voluto intraprendere un percorso di «Animal Studies» non avrebbe trovato le facoltà che ci sono ora alla New York University (tra gli studenti anche Isabella Rossellini) e altri atenei offrono corsi di laurea in «Animal Ethics» o «Food Systems». La Drury University ha uno dei programmi più articolati – diritto, etica, letteratura – e la facoltà di Legge della University of Virginia offre una laurea in Animali e Diritto. Richard Dawkins ipotizza che la sofferenza degli animali non sia minore di quella umana ma addirittura maggiore: «Non è plausibile che una specie intelligente come la nostra, proprio perché capace di comprendere rapidamente cosa ci giova e cosa ci danneggia, abbia bisogno di sentire meno dolore per essere messa in guardia dai pericoli? Non è plausibile che una specie meno intelligente abbia bisogno di dosi massicce di dolore per imparare una lezione utile in futuro? Non c’è motivo di pensare che gli animali soffrano meno di noi, e meritano il beneficio del dubbio. La marchiatura dei bovini, la castrazione senza anestetico, la corrida andrebbero trattate come moralmente equivalenti al riservare lo stesso trattamento agli esseri umani». La University of Maryland offre «Animal Welfare and Bioethics», e a Dartmouth si può studiare, in «Food and Power», il rapporto tra produzione industriale del cibo che mangiamo e il trattamento degli animali. Un tema che, dopo il successo del best-seller a sorpresa Se niente importa. Perché mangiamo gli animali? di Jonathan Safran Foer (Guanda), è sempre più pressante: se i non-umani sono sempre più simili a noi, quando diventerà inaccettabile mangiarli?
(Dal Corriere della Sera, 15/2/2014).

 




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