Lettere: identità europea, numero di laureati in Italia.

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L’Europa? Io l’ho scoperta a Bali.

L’Europa io l’ho scoperta in Indonesia. Un ventennio fa il marito ed io eravamo giovani e leggiadri, e ce ne andavamo a Bali (grazie ai miei biglietti Air France) a intervalli regolari. Nell’incantevole villaggio di Ubud c’erano i nostri amici, e ogni volta nuovi, da tutto il mondo. Frequentavamo il locale di Ketut, che faceva il gastronomo, l’animatore, la guida turistica, il direttore di un “gamelan” di cento lingue. Le prime sere, a suon di chitarra e tequila sunrise, si entrava in contatto con gli altri viaggiatori: sul tardi i tavoli s’accostavano, il dopocena diventava un summit internazionale, ed era stupendo. Però, accadeva puntualmente una cosa immancabile e bizzarra. Nelle occasioni successive prendevano forma i gruppi, e in modo completamente spontaneo si creava la tavolata europea, quella americana-mista e quella australiana-mista. Cioè, noi del vecchio continente tendevamo a riunirci insieme: i sacchi a pelo USA erano fascinosi, i parecchi australiani curiosi, ma tra noi ci sentivamo… ecco, l’ho detto: ci sentivamo “TRA NOI”. Provenienti dallo stesso paniere, con una storia millenaria comune, tradizioni e culture le cui differenze, a migliaia di chilometri di distanza, divenivano sfumature, anzi, appassionanti spunti di conversazione. Agli americani bisognava adattarsi: si doveva spiegargli i contesti, si doveva chiarirgli perché ridevamo, capire perché stavano ridendo loro, aggiungere riferimenti: tutti dettagli che tra noi “ça va sans dire”. In disparte ci si rilassava, ci si ritrovava nella stessa acqua: era un sollievo di casa, di condivisione. Quello che intendo è che la negazione dell’identità europea è un palese caso di presbiopia: “difficoltà a mettere a fuoco da vicino”. Insomma, come la pulce, che non sa di stare sul cane. E un caso di frustrazione. Acuta e triste. Disquisire contro una cosa bella come l’Europa sa di stanza chiusa, d’amarezza, di sogni repressi, di viaggi impediti, d’invidia. Teorici della geopolitica, ma mollate ‘sta tastiera!
Rossella Pittorru, Rossella.pittorru@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 3/12/2015).

Invece di abbassare il livello dell’università, potenziamo la scuola obbligatoria

Non comprendo la polemica sul fatto che l’Italia sia ultima per numero di laureati: trovo che si guardi il dito invece della luna che indica. Le ultime riforme universitarie a partire dal 3+2 hanno affossato l’università, equiparandole a dei diplomifici dove gli esami annuali o semestrali sono sostituiti da compitini e tesine di poche paginette a cadenza mensile. Come un liceo, peggio del liceo. La motivazione addotta all’epoca era che bisognava allineare il numero di laureati alla media europea. Benissimo, ma invece che abbassare il livello dell’istruzione universitaria, rendendola accessibile anche a chi non ha i numeri e la voglia ma vuole solo fregiarsi di un titolo accademico, concentriamoci sul rafforzamento dell’istruzione obbligatoria e delle scuole superiori. Che vergogna c’è ad andare in una scuola professionale se non si ha voglia o capacità di studiare? Chi lo dice che da una famiglia di laureati devono uscire solo (pessimi) laureati e non (ottimi) elettricisti o commercianti? Potenziamo scuola primaria e secondaria, non ammettiamo che escano ragazzini privi di basi grammaticali e matematiche, incapaci di strutturare un pensiero critico. Potenziamo le scuole superiori, che siano licei o istituti professionali, diamo a tutti le medesime armi per affrontare il mondo: diamo a tutti la cultura, anche a chi viene da contesti dove la cultura è assente. Portiamo in alto l’istruzione obbligatoria e secondaria, non abbassiamo il livello universitario per aumentare i “numeri”. La grandezza di una nazione non si misura in termini di laureati, perchè la laurea deve essere la massima espressione di una passione o capacità, non uno status symbol da esibire per sentirsi superiori. E’ molto più apprezzabile e degno di orgoglio un ragazzo che va a fare l’idraulico e mette a frutto la sua manualità, avendo delle basi di pensiero e cultura generale acquisite a scuola, piuttosto di uno scapestrato senza attitudine allo studio che si parcheggia in un ateneo e non sa organizzare un pensiero logico.
Francesca Feroldi, fra.feroldi@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 3/12/2015).

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