Le parole sono importanti.

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Il trionfo del politically correct.

Dire «migrante illegale» è disumano Arriva l’opuscolo per parlare bene.

di Matteo Pandini.

Non si può dire «clandestino», è roba da rozzi; e anche «immigrato illegale» puzza di razzismo. Facciamo «migrante irregolare» e non pensiamoci più. È quanto ci comunica un opuscolo griffato Picum, una ong che grazie a un finanziamento della Comunità europea ha snocciolato la traduzione di «migrante irregolare» in tutte le lingue del Vecchio continente. Dal bulgaro al maltese, dallo svedese al lettone, dal finlandese al lituano. Picum si definisce «la piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti privi di documenti» che mira «a promuovere il rispetto per i diritti umani in Europa». Bruxelles, commossa da fini tanto nobili, ha quindi scucito quattrini per diffondere agli italiani il Verbo del politicamente corretto. Trattasi di un pieghevole che – oltre al già descritto servizio di traduzione spiega quanto sia orribile dare dell’«illegale» a chi entra illegalmente in un Paese. Chi utilizza l’indecente parola «è inaccurato» perché «giuridicamente scorretto, fuorviante, contrario agli obblighi giuridici internazionali, è contrario al principio del giusto processo e inaccurato (ci risiamo, ndr) per definire le persone che giungono alle frontiere». D’altronde, continua l’interessante opuscolo, «tutti hanno il diritto di lasciare il proprio Paese e tutti coloro che giungono alle frontiere sono titolari di diritti umani innati». Non solo. «Commettere un reato non rende la persona illegale». Insomma, dire «migrante illegale» è inaccurato ma perfino dannoso. Aggiunge il manualetto: scrivere illegale «è disumano, criminalizzante, impedisce un dibattito costruttivo», addirittura «minaccia la solidarietà e rappresenta un pericolo per la vita umana». Un pe-ri-co-lo per la vi-ta u-ma-na. Cribbio, come si fa a non capirlo? Parlare di migranti illegali «comporta, molto spesso, la criminalizzazione di chiunque li aiuti: anche chi salva i migranti in pericolo o chi fornisce loro vestiti o rifugio può essere incriminato». In-cri-mi-na-to. Il concetto non è molto chiaro. Messo così, pare che basti dire «migrante illegale» per far scattare retate nelle sedi delle cooperative. Perfino, aggiunge l’opuscolo, pronunciare la schifosa definizione «indebolisce la coesione sociale» perché «alimenta il sospetto e la mancanza di fiducia verso coloro che appaiono semplicemente stranieri». Se non vi vergognate abbastanza, sappiate che definire «illegale» un migrante non solo è inaccurato e dannoso, ma anche «contrario ai valori dell’Unione europea»! Spiega ancora l’opuscolo: «È discriminatorio» perché «è un termine negativo», è oppressivo «perché la parola illegale è stata usata nella storia per definire gruppi svantaggiati» a partire «dai gesuiti che migravano verso il New England nel XVII secolo, gli ebrei in fuga dall’Olocausto», per non parlare della segregazione «del Sud Africa e degli Stati Uniti». Per finire, il termine «è obsoleto» perché «non rispetta i valori sui quali si fonda oggi l’Europa e non è più accettabile per descrivere chi è senza validi documenti». L’indignazione tracima: «Termini carichi di pregiudizio nei confronti delle donne, delle persone di colore, dei disabili e delle persone LGBTI» (cioè omosessuali e trans, ndr) «sono stati messi in discussione» affinché «un linguaggio più corretto, imparziale e neutro è diventato la norma». E quindi ecco la conclusione. Bisogna preferire «il termine “irregolare”» perché se ne parla dal 1975, quando l’assemblea generale dell’Onu parlò di «migranti irregolari» e nel 2013 il termine «immigrato illegale» non è più adottato «dal Codice di stile» promosso da alcune delle più grandi «agenzie di stampa». Nel 2009 ci era già arrivato l’Alto commissariato delle Nazioni Unite, nel 2010 la Commissione europea, nel 2004 la Conferenza internazionale del lavoro. Insomma, complimenti a Picum. Ha convinto Bruxelles a pagare un opuscolo per censurare la definizione di migrante illegale e «proporre le alternative nelle lingue dell’Ue». Che sciocchi che siamo. Pensavamo che i problemi, anche per chi gli immigrati, fossero altri…
(Da Libero Quotidiano, 21/12/2015).

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