Hannah Arendt: la casa non è la patria, ma la lingua.

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La lingua batte dove la nostalgia duole.

di Maurizio Bonazzi.

… Esule prima in Francia e poi in America, anche Hannah Arendt si è interrogata sulla condizione impalpabile della nostalgia. Con una risposta sorprendente solo in apparenza. La casa non è la patria, ma la lingua: “L’Europa pre-hitleriana? Non posso dire di non averne nostalgia. Che cosa resta? Resta la lingua”. Troppo spesso si dimentica che le parole contano , perché sono l’unico strumento di cui disponiamo per fare ordine nella realtà e per trovare il senso e il valore nelle cose e in noi stessi. E’ grazie alle parole che riusciamo ad esprimere ciò che siamo e ciò che sentiamo. Se la nostalgia è il desiderio di ritrovare ciò da cui proveniamo, non c’è allora bisogno di seguire Ulisse oltre le colonne d’Ercole. Il viaggio, come nel quadro di De Chirico, può essere compiuto anche tra le pareti di una stanza: è un viaggio nella memoria, nelle parole e nei discorsi che ci hanno costituito – tutte cose reali, reali come solo la lingua può essere. Perché – la citazione di Ludwig Wittgenstein è d’obbligo – “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”.
Lo sanno bene i profughi, quelli di ieri in fuga dal nazismo e quelli di oggi in fuga da dittature non meno bestiali, sballottati non solo da un Paese all’altro ma anche da una lingua all’altra; esseri balbuzienti, ormai incapaci di esprimere ciò che sono. Il mondo vacilla quando la lingua vacilla.
La nostalgia di Hannah Arendt rasenta il paradosso: se quello che conta è la lingua, ci si può trovare in esilio, si può soffrire di nostalgia, anche quando si è nella propria patria. Come successe al filologo Victor Klemperer, mentre intorno a lui il nazismo si appropriava della lingua tedesca e la distorceva per predicare il suo verbo. “Lti.Lingua Tertii Imperii” (la lingua del Terzo Reich) è il diario di questo novello Ulisse (“ho l’impressione di ritrovarmi come Ulisse davanti a Polifemo: “E tu sarai divorato per ultimo”) che registra pazientemente il modo in cui la creazione del nuovo mondo passava per la deformazione delle parole. “Il nazismo si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte”, “bisognerebbe seppellire in una fossa comune molte parole dell’uso linguistico nazista, per lungo tempo, alcune per sempre”….
(Da La Lettura (Corriere della Sera), 29/11/2015).

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