A rischio i corsi d’italiano

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Italian. A rischio nelle scuole degli States

di Sonia Oranges

“Put your money where you mouth is!”: utilizzando il detto americano che invita a sostenere concretamente ciò che si difende a parole, lo scorso maggio Silvana Mangione, membro del Consiglio generale degli italiani all’estero, sollecitava le comunità italiane negli Stati Uniti a mettere mano al portafogli per sventare la paventata chiusura dei corsi degli esami d’italiano inseriti tre anni fa nell’Advanced Placement Program, consentendo agli studenti delle scuole medie superiori di superare un esame di una delle lingue contemplate dal programma, ottenendo così dei crediti utili al successivo accesso universitario. La vicenda dell’italiano che rischia di scomparire dalle scuole a stelle e strisce (e che era ieri rilanciata dalle colonne del “Washington Post”), è cominciata lo scorso marzo quando il College Board ha annunciato di volere eliminare quattro dei 37 corsi dell’Ap, tra cui appunto l’italiano, poiché all’impegno finanziario non corrisponderebbe un numero sufficiente di studenti. Morale della favola: il presidente Gaston Coperton ha detto chiaro e tondo che, senza fondi o un numero triplo degli attuali iscritti (quest’anno in duemila hanno superato l’esame), l’italiano sarà messo fuori gioco. La notizia, però, ha causato una vera e propria alzata di studi tra gli italoamericani e, sul caso, è intervenuto anche l’ambasciatore a Washington Giovanni Castellaneta, mettendo insieme una task-force per raccogliere i denari necessari a salvare i corsi (seppur poco frequentati) per il prossimo anno scolastico. E, a difesa dell’italica lingua, si sono schierati un bel po’ di pezzi da novanta, a cominciare da Matilda Raffa Cuomo che, oltre a essere la ex first lady dello stato di New York, è soprattutto presidente del Commitee to Establish the Ap Program.

Una mobilitazione grazie alla quale in autunno le scuole predisporranno il materiale necessario alla registrazione del successivo anno scolastico, nella speranza che i donatori siano sufficientemente di manica larga da garantire il prosieguo delle lezioni di italiano (la cui eliminazione, a detta degli stessi insegnanti, avrebbe ripercussioni sull’intero corso di studio). Così l’italiano, che nel vecchio continente è sempre più “sporcato” da inglesismo e slang di ogni tipo, avrà paradossalmente la sua roccaforte oltreoceano. Soldi permettendo.

(Da Il Riformista, 4/7/2008).

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